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 LE DIGHE IN ITALIA

L’Italia e ancor più le Alpi sono il paradiso delle dighe. Si contano circa 550 “grandi dighe” (sono così catalogate quelle che possiedono un’altezza superiore ai 15 metri e una capacità d’invaso superiore al milione di metri cubi); solo l’Enel, ad esempio, ne possiede 211, ma sono oltre 10.000 quelle più piccole. Con tutta l’acqua che possono contenere si potrebbe riempire circa due volte il lago di Garda. L’energia prodotta attraverso l’uso delle dighe dà modo di evitare l’immissione dai 20 ai 30 milioni di tonnellate annue di anidride carbonica in atmosfera, che verrebbero immesse se si utilizzassero i combustibili fossili.

Ma quanto sono sicure le dighe? Alessandro Leoncini, ingegnere dell’Enel ci aiuta a capire la situazione: “Le dighe sono sicure, perché tra i più importanti manufatti del nostro Paese sono i più studiati e controllati. Si pensi infatti, che per alcune dighe certi parametri indice della loro sicurezza vengono raccolti anche giornalmente”. La diga di Place Moulin, ad esempio, è sottoposta a circa 800 misure di stabilità. Ma in cosa consistono tali rilevamenti? “Sono essenzialmente di tre tipi e riguardano lo “spostamento”, lo studio di particolari “pressioni” e le “perdite”. Le prime partono dal concetto di base che ogni struttura artificiale per rispondere alle sollecitazioni si deforma. I carichi, i pesi e, nel caso delle dighe, la spinta dell’acqua modifica il manufatto, ma la deformazione deve corrispondere a quella voluta dal modello realizzato in fase di costruzione. E quindi si tengono sotto controllo proprio le modificazioni che la diga subisce nel tempo.

Per quanto riguarda le pressioni invece, va detto che i terreni su cui una diga viene costruita non sono impermeabili al 100%, anche se devono avvicinarsi enormemente a tale valore. Infiltrazioni d’acqua tuttavia, esistono e producono delle spinte. Queste pressioni agiscono sulle fondazioni della diga e quindi bisogna tenere sotto controllo il loro valore e verificare se rimangono costanti nel tempo o, se si hanno delle variazioni, la loro entità.

Anche la diga, infine, deve essere impermeabile. Ma anche in questo caso vi è sempre qualche piccolissima infiltrazione che si può verificare, ad esempio, tra la struttura in calcestruzzo e la roccia portante. Tali infiltrazioni vengono tenute sotto continuo controllo e non devono mai superare valore predefiniti”.

Dunque non c’è alcuna diga che può farci paura? “Tutte le dighe lavorano secondo i criteri di sicurezza, tuttavia non sarebbe corretto dire che non ci sono dighe che non possiedono problemi, anche se nessuna è in condizioni tali da essere considerata pericolosa per la popolazione”. Ce n’è una che più di altre che merita attenzione? “Ve ne sono alcune, ma cito, ad esempio, la diga di Beauregard, in Valgrisenche, dalla quale tuttavia, si richiede una produzione di energia ben inferiore alle possibilità potenziali”. Esiste infatti, una situazione di potenziale instabilità sul versante sinistro dell’invaso. Proprio a distanza di 50 anni dal termine dei lavori per la sua costruzione, infatti, un versante della montagna risente di una deformazione geologica che ha prodotto alcune fratture nella diga, per questo motivo l’invaso è tenuto ben al di sotto del suo valore massimo.

Ma chi tiene sotto controllo le dighe? “Dal 1959 in poi esiste un regolamento preciso che è stato più volte rivisto e che è ancora in fase di ulteriori aggiornamenti. Le grandi dighe comunque, sono controllate dall’amministrazione centrale dello Stato, mentre i piccoli invasi sono  accertati dalle singole Regioni, anche se, queste ultime, devono seguire le norme generali emanate dallo Stato stesso”, spiega Luigi Natale, del Dipartimento di Ingegneria Idraulica e Ambientale dell’Università di Pavia. Ma nel caso, pur remoto, del crollo di una diga esiste un piano di emergenza? “Dopo l’incidente di Stava, è stato chiesto ai concessionari delle dighe di redigere un piano di sicurezza a valle dello sbarramento. Lo scopo è quello di verificare dove può arrivare l’acqua sia nel caso di cedimento improvviso della struttura, che in seguito all’apertura degli scarichi di fondo. Oggi infatti, molti alvei dell’antico corso del fiume sono stati antropizzati dall’uomo e quindi si trovano in una posizione di potenziale pericolo”.

Ma come tutto anche le dighe invecchiano. Qual è il fenomeno che più di altri porta al degrado delle dighe? Mario Berra, ricercatore del CESI Ricerca, ha così risposto in un recente convegno sulle dighe: “Tra i diversi fenomeni di degrado che possono portare ad un invecchiamento del calcestruzzo delle dighe, quali, ad esempio i cicli di gelo e disgelo o il dilavamento della pasta cementizia ad opera delle acque di invaso, quello del fenomeno espansivo connesso alla reazione tra gli aggregati silicei reattivi e la soluzione alcalina della pasta cementizia è quello che recentemente ha assunto maggiore rilevanza, a livello internazionale”. Ma tali fenomeni avvengono subito dopo la costruzione della diga o dilatati nel tempo? “La reazione si manifesta solitamente dopo diversi anni dalla confezione dell’impasto cementizio –continua Berra- e, nel caso degli aggregati silicatici più lentamente reattivi, anche dopo diversi decenni dalla costruzione dell’opera. Poiché l’età media attuale delle dighe è elevata e i volumi di calcestruzzo in gioco sono di notevole entità, anche i fenomeni lenti nel tempo e di modesta entità hanno la possibilità di manifestarsi con effetti ingegneristicamente importanti. Senza contare che le dighe attualmente in esercizio sono destinate ad essere utilizzate ancora per molto tempo”. Ma se questi fenomeni sono noti perché non si è travato il modo di non farli avvenire? “Perché all’epoca della costruzione di molte dighe, le conoscenze su di essi non esistevano, o erano scarse, e di conseguenza gli aggregati del calcestruzzo non venivano valutati preventivamente da questo punto di vista”.

Assodato che l’importanza delle dighe nel nostro Paese è indiscutibile per l’aiuto che danno alla richiesta di energia, è indubbio che i controlli su tali manufatti e anche sull’ambiente in cui esse sono inserite dovranno diventare sempre più severi con il passare del tempo, per l’invecchiamento cui sono stati sottoposti i materiali utilizzati per costruirle, le cui conseguenze sono ancora poco note.

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